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  Ramon Bragaglio
  Bucce di limone
Racconto [66]

 

     
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CARLO ha il viso scarno e il corpo gracile. Carlo non è più lo stesso, non ha più il sorriso, non ha più nessuno. Un tempo era bellissimo, un ragazzo che tutti invidiavano. Erano per lui le attenzioni di tutte le ragazzine. Stare in sua compagnia era uno spasso, non ci si annoiava mai e la vita scorreva veloce e limpida come l’acqua in un ruscello. Uscivamo assieme ogni giorno. Io mi confidavo con lui, e lui con me. Chi non ci conosceva pensava fossimo fratelli. Amavamo le cose semplici e le nostre giornate più belle finivano spesso come tra vecchi amici, con una birra tra le mani e la sigaretta tra le labbra. Mescolavamo il sapore amaro di una birra scura con la durezza di una Marlboro rossa. Dicevamo sempre che il primo tiro è il peggiore, poi gustavamo il resto aspirando e concentrandoci sulle avventure di giornata. Adoravamo contrapporre le cose belle, le avventure dolci, con questi sapori decisi, che ci facevano sentire più grandi, più maturi.
Certe sere, ci facevamo prendere un po’ la mano e il troppo alcool in corpo ci faceva addormentare in un campo non lontano da casa, sotto il chiarore pallido della luna. La mattina, con la bocca aspra e impastata ci svegliavamo ridenti, dandoci l’un l’altro del coglione.

Un giorno qualcosa però è andato storto ed io, non sono più potuto restare accanto a lui. È da qui che iniziano le sue sventure. La mia lontananza lo fece star male, e il fatto di non poter godere della vicinanza del suo amico più caro lo fece crollare. Non esprimeva mai il suo dolore, ma nei suoi gesti si intuiva la sua acredine nei confronti della vita.
Le sigarette diventarono per lui sapore dolce, cercava nuove emozioni spostando il limite sempre più in là. Cambiava di continuo i compagni della sua vita, sceglieva le donne e le trattava come pezze da piedi. L’alcool prese il posto dei suoi amici. Passava notti abbracciando la tavolozza del cesso vomitando la sua giovane vita che lentamente andava sporcandosi. Non si curava più e pian piano tutti lo rinnegavano, ed il dolore lo consumava. In lui vedo due persone contrapposte, un lato, passato, dove Carlo era divertente e sereno, quello che sapeva rendere dolce ogni momento. Ora in lui prevale la parte di chi ama odiare, la parte che lo rende funesto e triste, che non rispetta più neppure se stesso. Ora è introverso e sente il peso delle sue scelte.

Sì perché di notte, nella sua stanza, sporca come un pisciatoio comune, gli incubi prevalgono sui sogni. La paura e l’irrequietezza lo svegliano di continuo. Il sudore sulla sua pelle puzza di acido, e la causa è solo la merda che ha in corpo. Le crisi aumentano sempre di più nella notte, e sempre di più diventa dipendente dai suoi biasimevoli vizi. Non raccapezza più quali siano i dolci frutti della vita, la bellezza del vivere sereni con la mente limpida e ragionevole. Carlo non sa più neppure parlare, non sa più fare un discorso perché una volta iniziato non si ricorda dove voleva concludere. Non ha più l’amore di nessuno perché è sfuggito da tutto questo, per finire nella strada più infernale ed atroce. Accanto al suo letto, solo l’accendino, il cucchiaio e le bucce di limone, quel frutto aspro dal sapore acre, che rende ancor peggiore il sapore che ha preso la sua vita. La sua gola non sentirà più il piacere salato dell’acqua di mare, non sentirà più il gusto di un frutto acerbo, perché la sua vita non gli appartiene più. Non sentirà più la somiglianza che ha il sapore di una fragola e il gesto di fare l’amore, perché nessuno più in queste condizioni lo riesce ad amare. Non ricorda più quanto è buono il gusto delle spezie, di un panino con il salame, mangiato sotto il sole nelle calde giornate estive, quando ancora vicini, la vita ci sorrideva e ci faceva provare emozioni dolci, tenere e a volte piccanti come quando ci raccontavamo le nostre prime avventure d’amore.

L’ansia la notte lo viene a prendere, e con la sua auto lo porta a sfrecciare a 250Km/h nel divano di casa sua, il cuore gli batte ai mille all’ora e la siringa nel braccio sembra che lo sollevi dalle ingiustizie e dai torti subiti, come in uno schianto l’airbag che lo ripara. Carlo mi sente costantemente ripetergli un grosso vaffanculo negli orecchi tutte le volte che compie questo ignobile gesto. Il suo mondo lo sa, mi fa schifo, e sa quanto io disdegni la sua vita, la scelta di consumare così la sua vita. Non avrei mai dovuto abbandonarlo, ma non è colpa mia se quella sera, un viziato figlio di puttana, tornando da un festino di cocktail velenosi, si è riempito la vita di sangue tranciando la mia.
Forse il limite, quello che Carlo spinge ogni giorno più in la, lo porterà a fare la stessa cosa che quel bastardo ha fatto a me, pugnalandomi alle spalle solo perché io, su quel ponte, passavo per caso e altrettanto ingenuamente alzando lo sguardo avevo incrociato il sorriso pallido della sua ragazza. Ma Carlo, non ha più tempo per rischiare di commettere questi errori, perché è già qui che mi bussa alla porta, aveva fretta di non lasciarmi solo, come io purtroppo ho fatto con lui.
Non lo accoglierò di certo a braccia aperte...

 

   
   

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